
Fumo e Vitellio
Come ha finemente preconizzato un commentatore sui Social nel suo post, il 6 dicembre, icasticamente lui e da altri ripreso negli informatici siti, ascoltando ora la direzione del maestro responsabile di questa “Tosca”, non ci sono che da usare le due parole pregnanti: “Che sfere…”! (il punto esclamativo, qui, è mio). Al confronto la moscia edizione polacca del vecchietto di cui ho detto in quel di Varsavia (andate a sentire, prego*), sembra (ed è!) carica di tensione ed incisività.
Ne risente tutto lo spettacolo (sia pure gonfiato e pompato nella esposizione pre-natalizia per il globo) e siccome il vero responsabile di una rappresentazione di opera musicale “è” il direttore d’orchestra, non si saprebbe a chi imputare il senso di lungaggine protratta, non certo per le cento battute in più (che abbiamo individuato abbastanza facilmente). Lo segue l’autore della regia che abbonda di richiami zeffirelliani (un giusto tributo nell’anno della scomparsa del Maestro fiorentino; ora, i nemici del figlio di Visconti, non cambino parere e le carte, per convenienza).
Naturalmente un kolossal adeguato al tempo nostro, che si stempera nel grandguignolesco finale II, per poi aver un guizzo conclusivo, proprio laddove c’è l’unica vera sorpresa e curiosità (ma solo tale sia chiaro), di un Puccini che sinfonizza wagnerianamente in primissima battuta. Qualcuno dovrà spiegarci come e perché in 25 anni di sopravvivenza, il sor Giacomo non abbia rimesso le cose a posto secondo la vulgata del Chailly. Molto curiosa e magari bella, ma proprio contraria alla stringatezza cui pure il compositore sempre tanto teneva (ed infatti…).
Restano le voci e con quelle voci le loro capacità attoriali. Chi ne esce al meglio è sicuramente Salsi, seguito dalla Netrebko che si riscatta (scenicamente perlomeno) da metà atto secondo in poi (collutazione con Scarpia compresa ovviamente): un po’ Ostessa di derivazione opera russa, un po’ Elektra, un po’ Tosca anche e pure (lei che ha dichiarato nell’intervista trasmessa da RAI1 di non aver mai amato e capito il personaggio).
Rimarrebbe Meli che in quanto a fiacchezza nell’eloquenza ne porge quanto basta. Ed includiamo infine l’incidente delle battute scordate tra Floria e il poliziotto nel II atto.
Le prime della Scala sono sempre un po’ così: molto fumo e poco arrosto (o Vitellio).
(*) https://musicaclassicadotblog.wordpress.com/2019/12/06/laltra-tosca/
ag
7 dicembre 2019 Pubblicato alle 22:28
E vai col finale (e non solo)
Una breve clip che contiene l’ “incidente” del II atto nella recita scaligera e il finalone con non tanto una assunzione quanto piuttosto (potrebbe apparire) un lungo precipitamento della povera Tosca nell’aria.
Già che ci sono si dovrebbe anche parlare della ripresa televisiva che è ormai diventata una seconda cosa, rispetto al luogo teatrale, con pochi pregi e molti difetti perfettamente noti.
Tacerò infine sugli interventi tra un atto e l’altro, con nientepopodimenoche la Milly Carlucci da un lato, Antonio Di Bella dall’altro e (tanto di cappello, Tosca amatissima che ho prediletto dal vivo) Raina Kabaivanska: mancava solo la bombola d’ossigeno, se non per il soprano, anche per gli altri ospiti, Bruno Vespa e il Professor Andreoli… Ma questo è un altro discorso. O lo stesso.
Perché ci sono pure stati (tanto in TV che radio) quindici minuti buoni sulla faccenda delle tante e diverse campane messe a destra e manca, fatte arrivare da Pistoia etc etc… In teatro, si saran sentite (facevan scappare Mahler) ma in TV, anche con un dolby non saprei.
I link sono doppi cautelativamente per eventuali problemi di Copyright.
Il secondo funzionerà certamente nel tempo (ma spero pure quello di YT).
ag
8 dicembre 2019 Pubblicato alle ore 08:19
https://showmore.com/it/u/okuny3r
La Scala è sempre la Scala
Adesso bisognerà spiegare perché a tutti tutti tutti tutti i critici di professione o para, della carta stampata e del web, quelli che entrano in un teatro (sia pure per “lavoro”, dicon loro) “a gratis”, questa “Tosca” sia piaciuta un sacco ed una sporta e han tessuto elogi ed “oooooh” mentre solo agli umili e ai dilettanti qualcosa o molto non è piaciuto.
E’ vero che Kant apprezzava i “dilettanti” e li incoraggiava ed opponeva ai prezzolati.
Sarebbe imbarazzante e malignamente dostoevskiano pensare che l’accredito scaligero predisponga a dir bene (sennò farete la fine di Tristanò) e altrettanto se siete stati chiamati a far da promoter dell’edizione (o siete amico del suddetto), non potete che trovar parole rassicuranti verso il popolo il quale si placa dopo aver atteso le recensioni di chiara o torbida fama.
D’accordo ci sono i supercattivi, quelli che non hanno il bonus d’ingresso e ci tengono a dirlo, redigendo (ma non solo essi)-in magari neri luoghi-tra un grissino ed un cracker-le loro lunghissime note, ora molto cronaca di fattura ginnasiale e poco critica, o solo un eterno scritto che avrebbe-per questa lunghezza infinita-fatto star male il Proust, che come noto era logorroico.
Eppure è così e a parte queste mie parole, una scorsa alle pagine dei principali giornali usciti a ridosso della prima, dopo il clangore mediatico-vedi clip brevissima (90 secondi)-lo testimoniano.
Ci son stati-va detto-un paio di note d’autore, in esercizio di stile e farne i nomi sarebbe utile ma andate a setacciare un po’ voi stessi se vi va. Sì: la Scala è sempre la Scala, come le fettuccine diceva Sordi.
E per gli operomani è pure come la domenica (sempre).
ag
9 dicembre 2019 Pubblicato alle ore 19:26