E chiamale se vuoi “Impressioni”. Un ballo in Cavea di Firenze

(Firenze, Sabato 18 luglio 2020, ore 20:34; foto mia propria)

Ero sedicenne o giù di lì quando ascoltai alla Scala “Un ballo in maschera”. Essa entrò prepotentemente con il suo fascino mozartiano del teatro nel teatro, e l’inesauribilità dell’invenzione musicale mi travolse e fa venir le pelle d’oca ancora oggi. Nella edizione zeffirelliana (dico per identificarla non altro) il teatro milanese ne fece una barcata di recite, e così vidi ed ascoltai Domingo, Carreras, Pavarotti, Cappuccilli, Bruson, Caballé, Gencer, Zampieri, Verret, Cortez, Obratsova, Guglielmi, Roni, Foiani. Dirigevano Gavazzeni, Molinari Pradelli e ovviamente Abbado.

Il quintetto Pavarotti-Cappuccilli-Verret-Obratsova-Abbado era il top e purtroppo l’ho in memoria ogni volta che ascolto: chi non ha sentito il tenore modenese allora (con Cappuccilli poi) non ha idea della bellezza materializzata. Ma non è di questo che voglio dire. No.

Nel novembre scorso annunciato il titolo ho subito prenotato a 15 euro un posto di Galleria, non per altro, ma per ascoltare la musica, avrei sì visto quello che mi veniva offerto, una comoda poltrona, dell’aria condizionata (siamo a Luglio), una acustica buona malgrado tutto. Poi si sa come sia andata. Così con una per nulla adeguata più che triplicata cifra, eccomi catapultato sul soffitto, munito di cuscinetto regalo offerto dallo Sponsor (potevi portartelo a casa; lo han fatto tutti!), timoroso di possibili 30 gradi sino alle 24 con umidità del 90%, anche se Pereira deve essersi dato daffare con le sfere celesti, approntando, compresi nei 50 euro, una fresca serata estiva, con spettacolare panorama sulla Città del Giglio. Che volere di più?

Fidarsi è bene, ma non fidarsi meglio. Sì, perché a leggere la recensione (e solo a quella mi riferisco!) entusiastica e plaudente del “Corriere fiorentino” del 17 luglio, trattavasi di spettacolo in cui da tempo al Maggio non si sentiva un cast così omogeneo per pertinenza di ruoli e qualità vocali. Non solo: la Cavea è il luogo ideale per fare l’opera e musica, acustica perfetta, dice lui. Tutto falso o molto approssimativo. Per questo uno deve andare ed essere sul posto, là dove Toscanini vorrebbe che si giocasse a bocce, perché all’aperto gli eventi sono immancabilmente di serie due se non tre.

Sia chiaro che la suddetta cifra (alludo a chi ha pagato pienamente, con o senza voucher),  non vale menomamente il risultato offerto, la metà del costo più economico, era già tanto. Però, cuscino a parte, c’erano diversi optional aggiuntivi. Pubblico eterogeneo: signore in lungo (straniere), qualche giacca, sandali, mocassini, gente allungata con le gambe penzoloni, molti in mascherina ma non tutti. Infatti il solito solerte “mascherello” di cui ho parlato a suo tempo, ed un suo collega, hanno redarguito chi non l’aveva, distanziando opportunamente improbabili congiunti.

Malgrado l’assoluto divieto di tenere acceso lo smartphone, un alto dirigente del Maggio ha spippolato in piena esecuzione sul dispositivo, sia pure-spero-silenziato. Un responsabile della recita è arrivato in borghese e seduto a quello accanto (la mascherina da bandito impediva di riconoscerlo, ma i grigi capelli lo tradivano). Ma cosa ci fa se dovrebbe essere laggiù, tra gli esecutori a controllare? Comunque dieci minuti alla fine l’abbiamo visto ricomparire in smoking per gli applausi finali sul non-palcoscenico.

Un noto critico e musicologo locale, due posti davanti a me, ha letteralmente doppiato in mimica gestuale l’intera partitura affidata ad un Carlo Rizzi che deve aver ascoltato troppo l’edizione di Toscanini e di Muti (averli!). Ne è risultata una schizofrenica commistione di tempi velocissimi con evidenti difficoltà di articolazione del suono tanto da parte degli strumentisti, che delle voci e di altri allargati alla “Maesschtre”, ma della coesione, del rigore dei due sopra detti, manco l’ombra. Credo fosse una edizione “facciamo presto entro la mezzanotte”.

Il caso ha voluto che una delle poche opere in cui il palcoscenico è quasi obbligatorio (persino in partitura, ossia nel compiuto testuale) e la forma concertistica riveli spudoratamente la mancanza (e necessità) del luogo scenico, sia proprio questa coi suoi effetti tridimensionali, stereofonici, di lontananza (finale II), banda interna, orchestrina sul palcoscenico nel ballo finale. Senza contare che allorchè il vento si alza le note fuggono. Ci si arrangia dunque, chi suona, canta ed ascolta.

Acustica. Si sente. Ci mancava che per 50/100 euro non si sentisse. Ma non crediate a quelle meraviglie che vi contrabbandano, quasi si senta meglio che nella sala chiusa. Proprio per niente. Legni e strumentini svettavano e perforavano tanto che questa potrebbe trattarsi di una versione del “Ballo” per ottavino, flauti e gli altri in subordine; gran cassa che si rifrangeva sui muri perimetrali della Cavea ed equilibri dello strumentale impossibili da riacciuffare. Coro diviso e posto ai lati tipo fiamminghi.

Le voci. Sempre con riferimento alla recensione del “Corriere” l’unica omogeneità vocale di questo cast, è stata una certa piattezza e se ciò fa armonico, allora il critico ha detto la verità. Compreso Meli che canta non sempre bene, vale a dire male, ogni tanto è Riccardo ma più spesso “io te vurrìa vasà”, ma di applausi e “bravo” ne ha ricevuti tanti e sonori, un po’ troppi e un po’ troppo evidenti per essere tutti autentici e disinteressati.

Alvarez ha cannato nel finale della sua romanza del III atto ma ha fatto come la Divina. La quale anch’essa clamorosamente sbagliò, scatenando l’ira e i buu del teatro americano, alzò (Ella) una mano per imporre il silenzio, fece un cenno al direttore di ripetere quel particolare, lo eseguì stavolta alla perfezione scatenando un nuovo delirio, stavolta di applausi e consensi. Così a Firenze ier sera. Prontezza professionale di cantante e direttore. Ma è un po’ circense (agli operomani piacciono un pozzo codeste cose!): sarebbe come se un giocatore di calcio, mancato un gol, alzasse la mano e chiedesse di ripetere (ho sbagliato!!!) e facesse gol stavolta.

Gli altri cantanti li lasciamo agli esperti vocali, quelli veri e quelli finti. Io me ne sono andato senza applaudire alcuno (solo Beppino in cuor mio): il Sovrintendente voleva  che per 50 euro applaudissi pure?

ag

19 luglio 2020

E vai col finale (e non solo)

Fumo e Vitellio

Come ha finemente preconizzato un commentatore sui Social nel suo post, il 6 dicembre, icasticamente lui e da altri ripreso negli informatici siti, ascoltando ora la direzione del maestro responsabile di questa “Tosca”, non ci sono che da usare le due parole pregnanti: “Che sfere…”! (il punto esclamativo, qui, è mio). Al confronto la moscia edizione polacca del vecchietto di cui ho detto in quel di Varsavia (andate a sentire, prego*), sembra (ed è!) carica di tensione ed incisività.

Ne risente tutto lo spettacolo (sia pure gonfiato e pompato nella esposizione pre-natalizia per il globo) e siccome il vero responsabile di una rappresentazione di opera musicale “è” il direttore d’orchestra, non si saprebbe a chi imputare il senso di lungaggine protratta, non certo per le cento battute in più (che abbiamo individuato abbastanza facilmente). Lo segue l’autore della regia che abbonda di richiami zeffirelliani (un giusto tributo nell’anno della scomparsa del Maestro fiorentino; ora, i nemici del figlio di Visconti, non cambino parere e le carte, per convenienza).

Naturalmente un kolossal adeguato al tempo nostro, che si stempera nel grandguignolesco finale II, per poi aver un guizzo conclusivo, proprio laddove c’è l’unica vera sorpresa e curiosità (ma solo tale sia chiaro), di un Puccini che sinfonizza wagnerianamente in primissima battuta. Qualcuno dovrà spiegarci come e perché in 25 anni di sopravvivenza, il sor Giacomo non abbia rimesso le cose a posto secondo la vulgata del Chailly. Molto curiosa e magari bella, ma proprio contraria alla stringatezza cui pure il compositore sempre tanto teneva (ed infatti…).

Restano le voci e con quelle voci le loro capacità attoriali. Chi ne esce al meglio è sicuramente Salsi, seguito dalla Netrebko che si riscatta (scenicamente perlomeno) da metà atto secondo in poi (collutazione con Scarpia compresa ovviamente): un po’ Ostessa di derivazione opera russa, un po’ Elektra, un po’ Tosca anche e pure (lei che ha dichiarato nell’intervista trasmessa da RAI1 di non aver mai amato e capito il personaggio).
Rimarrebbe Meli che in quanto a fiacchezza nell’eloquenza ne porge quanto basta. Ed includiamo infine l’incidente delle battute scordate tra Floria e il poliziotto nel II atto.
Le prime della Scala sono sempre un po’ così: molto fumo e poco arrosto (o Vitellio).

(*) https://musicaclassicadotblog.wordpress.com/2019/12/06/laltra-tosca/

ag

7 dicembre 2019 Pubblicato alle 22:28

E vai col finale (e non solo)

Una breve clip che contiene l’ “incidente” del II atto nella recita scaligera e il finalone con non tanto una assunzione quanto piuttosto (potrebbe apparire) un lungo precipitamento della povera Tosca nell’aria.

Già che ci sono si dovrebbe anche parlare della ripresa televisiva che è ormai diventata una seconda cosa, rispetto al luogo teatrale, con pochi pregi e molti difetti perfettamente noti.
Tacerò infine sugli interventi tra un atto e l’altro, con nientepopodimenoche la Milly Carlucci da un lato, Antonio Di Bella dall’altro e (tanto di cappello, Tosca amatissima che ho prediletto dal vivo) Raina Kabaivanska: mancava solo la bombola d’ossigeno, se non per il soprano, anche per gli altri ospiti, Bruno Vespa e il Professor Andreoli… Ma questo è un altro discorso. O lo stesso.

Perché ci sono pure stati (tanto in TV che radio) quindici minuti buoni sulla faccenda delle tante e diverse campane messe a destra e manca, fatte arrivare da Pistoia etc etc… In teatro, si saran sentite (facevan scappare Mahler) ma in TV, anche con un dolby non saprei.

I link sono doppi cautelativamente per eventuali problemi di Copyright.
Il secondo funzionerà certamente nel tempo (ma spero pure quello di YT).

ag

8 dicembre 2019 Pubblicato alle ore 08:19

Il finale di Tosca nella edizione del 14 gennaio 1900 presentato alla Scala a Sant’Ambrogio il 7 dicembre 2019 seguito da quello tradizionale voluto dall’Autore stesso successivamente, qui esibito nella edizione polacca all’Opera di Varsavia del febbraio 2019. La clip contiene anche un piccola defaillance dei cantanti al II atto in Scala il 7 sera (diretta mondiale).

https://showmore.com/it/u/okuny3r

La Scala è sempre la Scala

Adesso bisognerà spiegare perché a tutti tutti tutti tutti i critici di professione o para, della carta stampata e del web, quelli che entrano in un teatro (sia pure per “lavoro”, dicon loro) “a gratis”, questa “Tosca” sia piaciuta un sacco ed una sporta e han tessuto elogi ed “oooooh” mentre solo agli umili e ai dilettanti qualcosa o molto non è piaciuto.
E’ vero che Kant apprezzava i “dilettanti” e li incoraggiava ed opponeva ai prezzolati.
Sarebbe imbarazzante e malignamente dostoevskiano pensare che l’accredito scaligero predisponga a dir bene (sennò farete la fine di Tristanò) e altrettanto  se siete stati chiamati a far da promoter dell’edizione (o siete amico del suddetto), non potete che trovar parole rassicuranti verso il popolo il quale si placa dopo aver atteso le recensioni di chiara o torbida fama.

D’accordo ci sono i supercattivi, quelli che non hanno il bonus d’ingresso e ci tengono a dirlo, redigendo (ma non solo essi)-in magari neri luoghi-tra un grissino ed un cracker-le loro lunghissime note, ora molto cronaca di fattura ginnasiale e poco critica, o solo un eterno scritto che avrebbe-per questa lunghezza infinita-fatto star male il Proust, che come noto era logorroico.
Eppure è così e a parte queste mie parole, una scorsa alle pagine dei principali giornali usciti a ridosso della prima, dopo il clangore mediatico-vedi clip brevissima (90 secondi)-lo testimoniano.

Ci son stati-va detto-un paio di note d’autore, in esercizio di stile e farne i nomi sarebbe utile ma andate a setacciare un po’ voi stessi se vi va. Sì: la Scala è sempre la Scala, come le fettuccine diceva Sordi.
E per gli operomani è pure come la domenica (sempre).

ag

9 dicembre 2019 Pubblicato alle ore 19:26

E’ nato!

Nel bel mezzo dell’estate, proprio il giorno di Ferragosto, proviamo a lanciare un nuovo luogo di commenti musical-teatrali. In esso pubblicheremo articoli brevi, eventualmente comparsi contestualmente pure altrove.

Saranno contraddistinti dalla malizia: considerazioni cattive a spettacoli pessimi, ma altresì note moleste (ma giustificate) a rappresentazioni approvate da una parte del pubblico, rispettando in tal caso e sia pure, il giudizio della massa. Ma anche riflessioni distruttive a recite e proposte “buone” che tali non sono, a giudizio di chi qui scrive e lo spiega beninteso.

15 agosto 2019

(modificato il 22.7.2020)